martedì 9 dicembre 2014

Un tranquillo weekend di paura e la natura vendicativa


Si può trovare ancora qualcosa da dire su di un film uscito più di quarant'anni fa? Probabilmente no. Eppure Un tranquillo weekend di paura (titolo originale: Deliverance) continua, a tale distanza di tempo, a presentare aspetti che vale la pena affrontare.

Sinossi velocissima


Riassumo in un paio di parole il film per chi non se lo ricordasse (per chi non dovesse averlo visto: eviterò il rischio spoiler, anche se, su un film del 1972 pare abbastanza ridicolo):

Il film di John Boorman (tratto dall'omonimo, in inglese, libro di James Dickey) ruota su tre protagonisti principali: Lewis (Burt Reynolds), Ed (John Voight) ed il contesto naturalistico (inquadrato splendidamente dalla fotografia di Vilmos Zsigmond).

Il punto di partenza del film è costituito dalla volontà di Lewis di vivere appieno, così come fecero i primi esploratori del nuovo mondo, il fiume Cahulawassee, discendendolo in canoa prima che questo venga cancellato a causa della creazione di un bacino idroelettrico destinato ad alimentare i cittadini di Atlanta ed i loro condizionatori (nel 1972!). Al viaggio partecipano quattro personaggi, i già citati Lewis ed Ed, insieme a Drew e Bobby. I quattro personaggi sono ultra-caratterizzati in modo che ognuno di essi rappresenti una sorta di archetipo in costante conflitto con gli altri.

La ridiscesa del fiume, iniziata in modo idilliaco, prenderà presto una brutta piega (come il titolo in versione italiana indica chiaramente), in quella che molti hanno interpretato come una sconfitta piena dell'uomo ad opera di una natura matrigna e vendicativa.

Il film è al tempo stesso thriller, avventura e inno naturalista vecchio-stampo (sono ancora più che vivi gli echi del '68 americano).

Oltre al contesto in cui si muove l'azione, alcune scene sono passate alla storia, come quella dei Dueling Banjos o chiaramente quella dello stupro-"bucolico".


La natura vendicativa


Il film è permeato di sentimento ambientalista. Un sentimento ambientalista piuttosto retrò e conflittuale.

Si parte dalla concezione di uomo-proprietario, padre-padrone della Terra che di tutto può disporre. Uomo che può distruggere un intero eco-sistema attraverso la creazione (o l'improvviso svuotamento) di un bacino idro-elettrico destinato a sostenere le sempre più esasperate esigenze energivore dell'umanità urbanizzata.

Si passa poi a quel sentimento che lega profondamente gli statunitensi al proprio territorio, quello del ritorno al mito della scoperta, dell'esplorazione, della frontiera, lì dove la frontiera è rappresentata da territori inesplorati. Una tendenza ed un attaccamento ad un certo survivalism quasi apocalittico che oggi non sembra esistere più.

John Boorman punta però tutto o quasi su un rapporto teso e conflittuale tra uomo e natura. Una natura pronta a prendersi ciò che è suo e a dimostrare tutta la sua forza dirompente.
Il conflitto è prima latente, passa sottotraccia. Sul finire della prima giornata, dopo aver superato le prime rapide, Bobby esterna tutto il suo entusiasmo affermando "We beat the river!", subito rintuzzato da Burt Reynolds:



Il conflitto esplode nella giornata successiva. Sebbene per molti, ancora, questo si realizzi ad opera dei "montanari" locali, in realtà, è John Boorman che lascia intendere come questi stessero lì a rappresentare lo stesso spirito vendicativo dei boschi.

E' proprio in questa fase che si concentra buona parte del fulcro narrativo del film. Tra lo scontro tra i quattro ed i montanari ed il conseguente scontro "interno" sulle decisioni da affrontare.
E' qui, anche, che forse il film perde molte occasioni (in quanto a "significato"). 

La personificazione degli "spiriti dei boschi" nei montanari finisce con il creare un vortice interpretativo che porta alle più disparate conclusioni. La più semplicistica delle quali, si limita a vedere la caratterizzazione "bestiale" del montanaro. In molti potrebbero invece finire con il veder la bestialità dei montanari come la conseguenza del loro vivere isolati e, quindi, un contraltare negativo alle positività della civiltà rappresentata dai quattro intrusi urbanizzati.

Io ho sempre pensato che, gli abitati dei luoghi che fanno da contesto alla storia, non rappresentassero altro che una bellissima e semplice metafora dell'esclusione praticata dalle società moderne. Intere comunità abbandonate dai centri produttivi, cancellate e costrette a lasciare le proprie abitazioni perchè di intralcio ai bisogni delle città. L'abbandono e l'esclusione sembrano essere rappresentate anche nei casi di handicap evidenziati in pochi minuti di riprese (dato che risalta agli occhi delle nostre menti statisticamente educate). 

un tranquillo weekend di paura
Altro momento piuttosto significativo è quello dello scontro tra i quattro riguardo decisioni che implicano l'affrontare i propri principi di uomini "civilizzati". 

La scena in cui Burt Reynolds urla: Where is the law? indicando il bosco tutto intorno a sè, apre anche qui un serie di questioni. 

Cosa implica l'assenza della legge creata dall'uomo civilizzato? 

Un ritorno dell'uomo allo stato animale? Giustifica lo scontro incontrollato e apparentemente insensato cui abbiamo appena assistito? E' davvero, quindi, la legge a limitare gli atteggiamenti di un uomo, altrimenti, hobbesiano?

E invece, nel momento in cui Reynolds fa quel gesto con le braccia, la legge cala la maschera e sembra rivelarsi per ciò che è: astrazione puramente umana. Costruzione asfittica lontana dal contesto naturale, priva di senso lì dove le società umane moderne non hanno e non possono avere il controllo del funzionamento quotidiano della realtà. 

I quattro personaggi usciranno chiaramente sconfitti da questa tensione. Triturati dal fiume, dai boschi e, forse, da loro stessi. 


mercoledì 22 ottobre 2014

La catastrofe ambientale che il governo sta cercando di nascondere

Non preoccupatevi, durante gli ultimi mesi non vi siete persi nulla di catastroficamente rilevante (dando per scontato che siate a conoscenza di quanto accaduto - nuovamente -  a causa dei disastri idrogeologici del nostro territorio).

Mi vorrete perdonare l'inganno contenuto nel titolo ma questo post serve solo ed unicamente ad introdurre un argomento che sta divenendo sempre più dibattuto in rete: il fenomeno del clickbaiting (o anche linkbaiting). Nel caso di questo post, l'interesse ricade soprattutto su tale tecnica declinata in ambito ambientale e utilizzata, in maniera più specifica, dai siti che (almeno di facciata) ospitano contenuti a carattere ambientale.

Premesse (o del giornalista luddista)

L'avvento del web ha profondamente modificato il modo in cui le persone scelgono di tenersi informate. Sempre che vogliano farlo. Nei primissimi Anni Zero si pensò che si fosse finalmente entrati nell'era del pluralismo dell'informazione, in cui ognuno poteva scegliere la fonte cui attingere e trasformarsi a sua volta in risorsa informativa. L'impatto determinato è ancora indefinibile, in quanto sta producendo una lunghissima onda che fatica ad esaurirsi ed in cui è impossibile prevedere lo stabilizzarsi della struttura informativa. Sebbene ci si possa confrontare per giorni in una discussione che abbia al proprio centro la qualità dei contenuti prodotti in rete confrontati a quelli realizzati per i "supporti" tradizionali, è chiaro che la dinamica che più di tutte ha funzionato da innesco nel cataclisma generato è stata una ed una sola: la gratuità. Improvvisamente i lettori potevano accedere ad una mole di informazioni prima inimmaginabile senza doversi veder "costretti" all'esborso dell'euro (cifra simbolica) per l'acquisto della copia di un giornale. A questo si sono poi progressivamente aggiunti i social network tramite i quali i "lettori" hanno potuto accedere alle notizie basandosi sul filtro delle proprie cerchie di conoscenti con cui condividono interessi ed opinioni ed il fatto che i fruitori dell'informazione siano diventati sempre più "in movimento".

La riduzione delle fonti di sostentamento economico per le testate informative non ha colpito solo i giornali tradizionali, ma anche chi digital lo è nato. La volontà del lettore, trasformatosi con il tempo in utente e visitatore, di aver accesso gratuito a tutto (o quasi) ciò che la rete ha da offrire ha messo in crisi l'impianto delle testate. A fare le spese di questo meccanismo non sono solo gli editori che vedono crollare i propri ricavi (nel frattempo trasformatisi in perdite costanti) ma chiaramente anche i lavoratori . Giornalisti precari, freelance e con stipendi da fame non costituiscono sicuramente la base su cui possa costruirsi un'informazione di qualità.


I gattini (o della sostenibilità del giornalismo digitale)

 

La (quasi) totale impossibilità di far pagare l'utente per ciò che legge in rete ha sostanzialmente ridotto gli introiti per le testate ad un'unica fonte: la pubblicità.

I banner pubblicitari sui siti che visualizziamo ogni giorno hanno valore per chi li ospita in base a due fattori principali:
  • Click
  • Impressions (visualizzazioni)
Vi siete mai chiesti il perchè del proliferare di quegli spazi pubblicitari (magari contenenti un video) che si allargano al vostro atterraggio su di una pagina rendendo impossibile la consultazione del contenuto? La risposta è: il click.
Il "problema" è che la percentuale di utenti che clicca effettivamente sui banner è molto bassa (al di sotto dell'1%).  

A venire in soccorso dei siti alla ricerca di fondi arriva il sistema di pagamento denominato CPM, letteralmente: costo per mille impressioni. In pratica un inserzionista stabilisce il prezzo che è disposto a pagare ogni volta che il suo banner è visualizzato mille volte. Tale prezzo è comunque mediamente molto basso e così ecco il verificarsi della caccia a grandi moli di traffico che producano livelli vertiginosi di impressions.

Da qui immaginiamo quale sia una delle domande principali che si pongono tutti quelli che vorrebbero rendere economicamente sostenibile qualsiasi testata online: come generare volumi di traffico remunerativi?

Una recente ricerca commissionata dal Syndicat de la Presse Sociale ha evidenziato come il comportamento degli utenti rispetto all'informazione su carta e quella in digitale sia sostanzialmente diversa. Nel primo caso si propende a optare per il supporto cartaceo per approfondire un determinato argomento, mentre in rete si cercano contenuti che sintetizzino l'informazione e siano facilmente condivisibili (share). 

Ecco quindi spiegata la proliferazione sempre più invasiva di contenuti spicci, semplici, che mirano unicamente a soddisfare curiosità (nella maggior parte dei casi sotto forma di video). I casi più esemplari sono quelli dei post sui social network che riportano una immagine, un titolo sensazionalistico ed un testo che inviti, appunto, a cliccare (cose del tipo: "Non ci crederete", "incredibile, guarda cosa è successo" ecc.). Che a tali tecniche ricorrano blog o network di siti di poca importanza potrebbe anche essere considerato normale. Che tali post dal più che dubbio contenuto informativo siano ormai approdati su testate ben più blasonate è segno della crisi del giornalismo in toto (e se li si utilizza in ambito politico?).

La proliferazione di post di questa natura ha recentemente portato Facebook a correre ai ripari per fare in modo che le Timeline degli utenti non diventassero ricettacolo di comunicazioni alla stregua dello spam più becero. Il colosso social ha infatti annunciato che apporterà modifiche al proprio algoritmo in modo da penalizzare tali post ed assicurare una migliore esperienza di utilizzo della piattaforma da parte degli utenti.

I 5 rimedi naturali contro la sfiga (o del clickbaiting ambientale)


Dal ricorso a tale fenomeno non sono esenti chiaramente anche i portali green. D'altronde, se lo fanno grandi testate come Repubblica.it e Corriere.it (due nomi a caso), come possiamo biasimare quelle persone che cercano di far quadrare i conti di siti dalle dimensioni ridotte e che presidiano territori informativi decisamente più ristretti?

Il problema è che, nel caso della comunicazione ambientale, tale fenomeno si inserisce in una più ampia difficoltà relativa al "comunicare l'ambiente". Si sta pian piano venendo a creare una meccanismo simile al fenomeno dell'incudine e del martello. L'ambiente è da lungo tempo "vittima" del controllo quasi monopolistico dei tecnici, che tendono a comunicare ad un pubblico ben definito e ristretto su tematiche e con linguaggi che faticano a trasformarsi in "cultura condivisa". Per questo motivo, spesso, la comunicazione ambientale si è limitata a tentare di far breccia nell'opinione pubblica attraverso il catastrofismo (scioglimento dei ghiacci artici, fenomeni meteorologici estremi, ecc.).

Dall'altro lato, il proliferare di contenuti leggeri  (basti leggere i titoli riportati nell'immagine in alto) sta sempre più riducendo le tematiche ambientali ad argomento macchiettistico, minandone fortemente la portata.

Una delle obiezioni più semplici che si possono avanzare è che, per avere la possibilità di dar vita a contenuti informativi degni di tal nome è necessario dare spazio anche a questo tipo di articoli che più facilmente garantiscono una certa sostenibilità economica.

Tuttavia sarebbe anche lecito chiedersi:


Non è necessario fare ricorso a strumenti di analisi del traffico per intuire che si tratti chiaramente di:

  • un pubblico non ben definito, 
  • spesso frequentatore casuale del sito (magari in seguito alla condivisione del post sui social network da parte di un amico),
  • poco incline a spostarsi su contenuti di approfondimento. 

Dall'altro lato, è altrettanto lecito chiedersi quale sia l'effetto che hanno questi contenuti sulla credibilità di una testata agli occhi di quei visitatori realmente interessati alle tematiche ambientali.

Il rischio è quindi quello di:

  • Creare contenuti poco diversificati che rendono ogni testata uguale all'altra
  • Fallire nel crearsi un pubblico affezionato e che ritiene di trovare sul nostro sito contenuti di qualità che valga la pena di leggere
  • Affidarsi al traffico generato da un pubblico che arriverà sul sito in maniera casuale ed imprevedibile

E' chiaro che ognuno può scegliersi la strategia di business (perchè è di questo che stiamo parlando) che più gli aggrada, ma fatico a credere che, specialmente in ambito ambientale, questo modello di comunicazione possa rivelarsi economicamente remunerativo e capace di perdurare nel tempo.



mercoledì 3 settembre 2014

Su Snowpiercer e sul dominio dell'uomo sulla natura

In piena febbre da Festival del Cinema di Venezia recupero un film che l'anno scorso ha riscosso un discreto successo al Festival di Roma ed alla Berlinale.
L'esordio in lingua inglese per il regista sudcoreano Bong Joon-ho verrà probabilmente ricordato per altri temi piuttosto che per il messaggio ecologista latente che lo pervade.

All'inzio di quest'anno Wired ha incensato Snowpiercer come il film Indie che ha segnato l'apertura di scenari nuovi nella distribuzione dei prodotti cinematografici. Il film, infatti, è stato distribuito in versione on-demand quando questo era ancora presente nei cinema. La versione VOD ha rapidamente fatto registrare incassi pari a quelli realizzati nelle sale.

Evitando di concentrarmi su quanto definire Snowpiercer un film Indie costituisca una forzatura non indifferente (è il film più costoso mai prodotto in Corea), va chiaramente considerato che una pellicola starring personaggi come Tilda Swindon, Ed Harris, John Hurt e, non ultimo, Chris Evans (che nel frattempo sbanca con l'ultimo Captain America) facilita chiaramente il raggiungimento di un risultato come quello citato poc'anzi.

Il film è tratto dalla graphic-novel francese La Transperceneige e, per ambientazione e temi trattati, è stato più volte accostato a colossi del genere science-fiction quali Brazil e Blade Runner.

micro-trama


Il mondo è piombato in una era glaciale "indotta" ed i superstiti del genere umano sono costretti a viaggiare su un treno-arca che attraversa il pianeta in un moto perpetuo. All'interno del treno viene ricreato un sistema gerarchico di dominio (che alcuni hanno confuso semplicisticamente con quello classista) che viene distribuito orizzontalmente lungo i vagoni. Nei primi trovano posto i privilegiati, negli ultimi (tail) sono ammassati gli oppressi. Il moto centrale attorno al quale si sviluppa il film è sicuramente quello rivoluzionario derivante proprio dalla tensione generata dall'organizzazione gerarchica (in questo caso ulteriormente estremizzata nella rigidità dei vagoni).



Seppure il film sia concentrato sul seguire la rivalsa degli ultimi nel loro obiettivo di raggiungere i vagoni di testa, sarebbe un grave errore considerare gli attriti derivanti da un'organizzazione gerarchica all'interno delle società umane (ed il loro superamento) come l'unico topic di Snowpiercer. Eppure la totalità dei commentatori si è fermata ad una pura rilevazione automatica di questa dinamica come l'unica degna di nota. E' possibile che il sempre più frequente ricorso al catastrofismo climatico di una certa cinematografia (alla The Day After Tomorrow) abbia in un certo qual modo assuefatto il pubblico a questo tipo di ambientazioni.

E quindi, in cosa Snowpiercer si discosta da tutta la celluloide catastrofista?

Tutto il film è imperniato sul concetto di dominio. Quello dell'uomo sull'uomo, così come quello dell'uomo sulla natura. In un'epoca contraddistinta dal disastro del riscaldamento globale, l'uomo si erge ancora una volta a dominus del pianeta. Depositario di ogni potere decisionale. La fiducia incontrastata nella scienza e nello sviluppo tecnologico porta l'umanità alla realizzazione di un gas chimico, il CW7, da emettere nell'atmosfera per raffreddarne la temperatura. Il risultato è (a dir poco) devastante, il pianeta piomba in una nuova era glaciale e tutta la vita viene spazzata via nel giro di 48 ore.

Questa visione dell'uomo che, attraverso il progresso scientifico e (udite udite) il mercato, riuscirà comunque ad apporre i correttivi necessari per riparare ai danni creati, non è da sottovalutare. Esiste di fatto una vasta pletora di accademici ed opinionisti convinti che, piuttosto che affidarsi a costosissime misure di intervento oggi, sarebbe il caso di attendere che il progresso tecnologico faccia il suo corso. Alla fine della fiera, vedrai che il genio umano partorirà innovazioni tali da rendere il caos climatico solo un vago ricordo.

E' la riaffermazione della tecnologia come deus ex machina, dell'uomo come superior nei rapporti naturali.



In seguito agli esiti devastanti dell'emissione nell'atmosfera del gas CW7, alcuni pezzi dell'ecosistema Terra riescono a sopravvivere grazie al Treno-Arca (lo Snowpiercer che dà il titolo al film) realizzato dal despota Wilford.

Anche in questo caso si pare rimarcare la fiducia estrema nel fatto che l'uomo ed il progresso tecnologico possano fornire un'ancora di salvezza anche nel fallimento più totale determinato da questo connubio di forze. Pur nell'apocalisse, il genio umano (personificato in Wilford) è capace di tirar fuori un marchingegno capace di tenere in vita la speranza in un futuro possibile sul pianeta. Non è un caso se la Locomotiva (engine nella versione originale) sia divinizzata. E' essa stessa l'inesauribile fonte di vita, in quello che potrebbe considerarsi un processo di definitiva sostituzione della tecnologia ai processi naturali.

Eppure, sebbene il film si sviluppi seguendo l'avanzata dell'eroe Curtis (Chris Evans) per la liberazione degli oppressi della coda del treno dal regime gerarchico dei privilegiati dei primi vagoni, il finale non fa altro che realizzarsi nel restituire all'umanità quel ruolo che da troppi anni essa rifugge: quello di parte (e non più di superior) all'interno dell'ecosistema.

Ora, al di là del giudizio spicciolo sul film, mi pare riduttivo interpretare l'opera di Bong Joon-ho come "mera" metafora dei rapporti strutturati all'interno delle società occidentali (e non solo) contemporanee. Il rischio è quello di perdersi per strada una pezzo, per buona parte latente (questo sì), ma comunque fondamentale nell'economia del film.
Anzi, sarebbe interessante tener conto della reciprocità che esiste tra il concetto di dominio interumano e quello del dominio dell'uomo sulla natura.


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